Fuggevolezza

Gli amanti sono i re della fuggevolezza, per loro tutto passa presto, un incontro segreto, un bacio nascosto, uno sguardo rubato, niente dura a sufficienza da sfamare quella voglia di aversi e tutto passa sempre presto perché proprio questo determina il loro amore. Gli amanti parlano di niente, le parole sono una scusa per guardarsi e poi fare l’amore che si consuma anch’esso con fuggevolezza e con l’ansia mista alla colpa di dover tornare alla vita di ogni giorno in cui sognare e desiderare per tutto il tempo di rincontrarsi con l’angoscia consapevole di non poter fermare o prolungare quell’attimo in cui “eravamo insieme”, ma è nella fuggevolezza di un istante d’amore che prospera la voglia e vive il desiderio molto più a lungo dell’oggetto di quel desiderare, che è tale proprio perché non si può avere a lungo. Si salutano sempre gli amanti, vanno via scappano e si separano nell’irresistibile atroce fuggevolezza di un abbraccio.

Giorgia

 

Due anni fa anch’io ho adottato una parola, meno poetica di quella di Giorgia, ma di pari dignità e che mi ha dato tante soddisfazioni come solo una parola cara sa farlo.
Perché le parole ci accompagnano nella vita sfumandosi o accentuandosi a seconda dei nostri umori, a volte sparendo per un po’ e riapparendo quando ne abbiamo più bisogno. Le parole dimenticate, sbiadite, impoverite aspettano di essere rianimate!
Se ami la lingua italiana e ti piace giocare con le parole, puoi adottare una parola per divenirne simbolicamente custode.
L’iniziativa è stata promossa dalla Società Dante Alighieri che ultimamente ha lanciato Beatrice, un social network della lingua italiana “per seguire, custodire, arricchire la nostra lingua; per contribuire a infonderle, costruirle addosso, rinnovarle un’identità; per valorizzarla e dimostrare di apprezzarla”.
Siete pronti a diventare genitori adottivi?
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La persona biculturale

Qualche giorno fa mi hanno twittato questo articolo di François Grosjean, Accepter la personne biculturelle e leggendolo mi sono detta: eccomi finalmente!

François Grosjean è uno psico-linguista, lui stesso bilingue e biculturale. Ma cosa vuol dire essere una persona biculturale? Secondo lui, si definisce biculturale una persona che:

a) Partecipa, almeno in parte ma in modo regolare, alla vita di due culture.
b) Sa adattare, parzialmente o in maniera più estesa, il comportamento, le abitudini, il linguaggio (se è il caso) a un dato ambiente culturale.
c) Riunisce e riassume dei tratti di ognuna delle due culture.  Alcuni tratti (atteggiamenti, credenze, valori, comportamenti, ecc) provengono da una o dall’altra cultura (questa è la parte di combinazione) mentre altri non appartengono più a nessuna delle due culture ma ne sono una sintesi.

Vi riconoscete? Vale la pena leggere tutto l’articolo di Grosjean, ne riporto qui di seguito la conclusione:

La persona biculturale non è né la somma delle due culture in questione, né il ricettacolo delle due culture distinte, ma un’entità che riunisce e riassume gli aspetti e i tratti di queste due culture, facendolo in modo originale e personale. Ha dunque una sua propria competenza culturale, la sua esperienza e la sua ecologia. Soltanto quando questa realtà sarà compresa e accettata, si potrà finalmente riconoscere appieno la persona biculturale e lasciarle assumere la sua propria specificità.