La pensée de la semaine

Le désarroi dans lequel nous nous trouvons est en fait une aubaine : il témoigne de notre sensibilité. Ceux qui traversent la vie sans le moindre sentiment de détresse sont inconscients. La détresse induite par notre prise de conscience recèle un immense potentiel de transformation, un trésor d’énergie dans lequel nous pouvons puiser à pleines mains et que nous pouvons utiliser pour construire quelque chose de meilleur, ce que l’indifférence ne permet pas.

JIGME KHYENTSE RINPOCHE (b. 1964) Transcrit par l’auteur d’après un conseil donné oralement.

 

Un anno dopo, ricordi pubblici e privati si mescolano. Strano quando quello che viviamo personalmente è ricco di sorrisi e promesse, mentre tutto intorno è il caos improvviso. Forse a ricordarci la fragilità della vita, il viavai dei sentimenti, l’impotenza di fermare l’attimo.

Ma questo “désarroi“, questa “détresse” positiva, che ci fa trasformare prima noi stessi e poi tutto il resto, che ci spinge in avanti, che ci fa dire “même pas peur” è la nostra coscienza, è il nostro impegno, è il contrario dell’indifferenza, dello sterile cinismo di quelli che dicono “tanto è tutto uguale”.

Spero che le persone continuino a prendere posizione, a schierarsi a favore e non contro qualcuno o qualcosa, a scegliere e a decidere liberamente, perché no, non è tutto uguale.

 

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La correspondance

« Lorsque vous écrivez une lettre, Prince, ou un message, quoi que ce soit que vous adressez à quelqu’un, lorsque vous l’avez terminé, que vous en êtes satisfait, demandez-vous toujours si vous pourriez l’envoyer à quelqu’un d’autre. Si vous n’auriez qu’à changer le nom, l’adresse. Si oui, oubliez cette lettre. Çà n’en est pas une. Vous racontez votre vie, Prince, vous n’écrivez pas à quelqu’un. Recommences ou abandonnez.

Lorsque vous serez bien familier de cette pratique, que plus jamais vous n’enverrez de lettres qui n’en sont pas, et cela prendra du temps, une décision s’ouvrira à vous. Pesez-la avant de la prendre car elle est de conséquence. Mais vous la soupçonnez déjà, n’est-ce pas. Déjà, vous commencez à vous dire : Et si j’agissais de mème avec mes paroles ?

Imaginez, Prince. À chaque phrase que vous allez dire, que vous formulez, si vous vous demandiez : Pourrais-je la dire en ce même moment à quelqu’un d’autre ? Et si, au cas où effectivement vous le pourriez, vous ne la disiez pas. Et si vous vous taisiez…

Rares seraient sans doute vos paroles.

Mais il peut se passer autre chose, mon cher Prince. Il peut se passer qu’en changeant le nom, l’adresse, ou la personne, vous vous rendiez compte par hasard que c’était à quelqu’un d’autre que vous étiez sur le point d’écrire, ou de parler. E qu’une fois ce nouveau nom, cette nouvelle adresse, cette nouvelle personne découverte, vous ne puissiez plus en changer.

Alors là, surtout, envoyez.

Alors là, surtout, parlez.

Car vous n’aurez jamais été si courageux. »

 

Extrait du Libraire de Régis de Sá Moreira

Fanatismo

Il fanatismo sta alla superstizione come il delirio alla febbre, come le furie alla collera. Chi ha delle estasi, delle visioni, chi scambia i sogni per la realtà, e le immaginazioni per profezie, è un entusiasta; chi sostiene la propria follia con l’omicidio è un fanatico. Juan Diaz, ritiratosi a Norimberga, fermamente convinto che il papa fosse l’Anticristo dell’Apocalisse e che avesse addosso il segno della Bestia, era soltanto un entusiasta; suo fratello Bartolomeo Diaz, che partì da Roma per andare ad assassinare santamente il proprio fratello, e lo uccise per amore di Dio, era uno dei più abominevoli fanatici che mai la superstizione abbia potuto produrre.

Poliuto, che va al tempio, in un giorno di solennità, per rovesciare e infrangere le statue e i paramenti, è un fanatico meno orribile di Diaz, ma non meno sciocco. Gli assassini del duca Francesco di Guisa, di Guglielmo principe d’Orange, del re Enrico III, del re Enrico IV, e tanti altri, erano energumeni malati della stessa rabbia di Diaz.

Il più disgustoso esempio di fanatismo è quello dei borghesi di Parigi che, la notte di san Bartolomeo, corsero ad assassinare, sgozzare, buttar giù dalle finestre, fare a pezzi i loro concittadini che non andavano a messa.

Esistono fanatici di sangue freddo: sono i giudici che condannano a morte coloro che non hanno commesso altro crimine che quello di non pensarla come loro; e questi giudici sono tanto più colpevoli, tanto più degni dell’esecrazione del genere umano, in quanto, non trovandosi in un accesso di furore come i Clément, i Châtel, i Ravaillac, i Gérard, i Damiens, potrebbero, ci sembra, ascoltare la ragione.

Una volta che il fanatismo ha incancrenito il cervello, la malattia è quasi incurabile. Ho visto certi epilettici che, parlando dei miracoli di san Paride, a poco a poco, loro malgrado, prendevano fuoco; gli occhi si infiammavano, le loro membra tremavano, il furore sfigurava loro il viso, e avrebbero ammazzato chiunque li avesse contraddetti.

A questa malattia epidemica non c’è altro rimedio che lo spirito filosofico, il quale, man mano diffondendosi, addolcirà finalmente i costumi degli uomini, prevenendo gli accessi del male: perché, non appena questo male fa dei progressi, bisogna correr via, e aspettare che l’aria si sia purificata. Le leggi e la religione non bastano contro questa peste degli animi; la religione, invece di essere per loro un alimento salutare, si tramuta in veleno nei cervelli infetti. Questi miserabili hanno continuamente fitto in capo l’esempio di Aod, che assassina re Eglon; di Giuditta, che taglia la testa di Oloferne, dopo aver giaciuto con lui; di Samuele, che fa a pezzi re Agag. Non vedono che questi esempi, rispettabili nell’antichità, sono abominevoli oggi; essi attingono il loro furore nella stessa religione che lo condanna.

Le leggi sono ancora impotenti contro questi accessi di furore; è come se leggeste un decreto del consiglio a un frenetico. Quella gente è persuasa che lo spirito santo che li pervade stia al di sopra delle leggi, e che il loro fanatismo sia la sola legge cui debbano ubbidire.

Che cosa rispondere a un uomo il quale vi dice che preferisce ubbidire a Dio che agli uomini e che, di conseguenza, e sicuro di meritare il cielo sgozzandovi?

Di solito sono le canaglie a guidare i fanatici e a mettere loro in mano il pugnale; somigliano a quel Vecchio della Montagna che faceva, si dice, gustare le gioie del paradiso a certi imbecilli, e prometteva loro un’eternità di quei piaceri di cui avevano avuto un assaggio, a condizione che andassero ad assassinare tutti coloro che egli avesse indicato.

C’è stata al mondo una sola religione che non sia stata insozzata da fanatismo: quella dei letterati cinesi. Le sette dei filosofi non solo erano esenti da questa peste, ma ne erano il rimedio: perché l’effetto della filosofia è di rendere tranquillo l’animo, e il fanatismo è incompatibile con la tranquillità.

Se la nostra santa religione è stata tanto spesso corrotta da questo furore infernale, bisogna prendersela con la pazzia degli uomini.

(Voce del Dizionario Filosofico di Voltaire)

Fuggevolezza

Gli amanti sono i re della fuggevolezza, per loro tutto passa presto, un incontro segreto, un bacio nascosto, uno sguardo rubato, niente dura a sufficienza da sfamare quella voglia di aversi e tutto passa sempre presto perché proprio questo determina il loro amore. Gli amanti parlano di niente, le parole sono una scusa per guardarsi e poi fare l’amore che si consuma anch’esso con fuggevolezza e con l’ansia mista alla colpa di dover tornare alla vita di ogni giorno in cui sognare e desiderare per tutto il tempo di rincontrarsi con l’angoscia consapevole di non poter fermare o prolungare quell’attimo in cui “eravamo insieme”, ma è nella fuggevolezza di un istante d’amore che prospera la voglia e vive il desiderio molto più a lungo dell’oggetto di quel desiderare, che è tale proprio perché non si può avere a lungo. Si salutano sempre gli amanti, vanno via scappano e si separano nell’irresistibile atroce fuggevolezza di un abbraccio.

Giorgia

 

Due anni fa anch’io ho adottato una parola, meno poetica di quella di Giorgia, ma di pari dignità e che mi ha dato tante soddisfazioni come solo una parola cara sa farlo.
Perché le parole ci accompagnano nella vita sfumandosi o accentuandosi a seconda dei nostri umori, a volte sparendo per un po’ e riapparendo quando ne abbiamo più bisogno. Le parole dimenticate, sbiadite, impoverite aspettano di essere rianimate!
Se ami la lingua italiana e ti piace giocare con le parole, puoi adottare una parola per divenirne simbolicamente custode.
L’iniziativa è stata promossa dalla Società Dante Alighieri che ultimamente ha lanciato Beatrice, un social network della lingua italiana “per seguire, custodire, arricchire la nostra lingua; per contribuire a infonderle, costruirle addosso, rinnovarle un’identità; per valorizzarla e dimostrare di apprezzarla”.
Siete pronti a diventare genitori adottivi?

The Big Kahuna

Goditi potere e bellezza della tua gioventù.

Non ci pensare.

Il potere di bellezza e gioventù lo capirai solo una volta appassite. Ma credimi: tra vent’anni guarderai quelle tue vecchie foto. E in un modo che non puoi immaginare adesso. Quante possibilità avevi di fronte e che aspetto magnifico avevi! Non eri per niente grasso come ti sembrava.

Non preoccuparti del futuro. Oppure preoccupati, ma fallo sapendo che questo ti aiuta quanto masticare un chewing-gum per risolvere un’equazione algebrica. I veri problemi della vita saranno sicuramente cose che non t’erano mai passate per la mente. Di quelle che ti pigliano di sorpresa alle quattro di un pigro martedì pomeriggio.

Fa’ una cosa, ogni giorno che sei spaventato. Canta.

Non esser crudele col cuore degli altri. Non tollerare la gente che è crudele col tuo.

Lavati i denti. Non perdere tempo con l’invidia. A volte sei in testa. A volte resti indietro. La corsa è lunga e alla fine è solo con te stesso.

Ricorda i complimenti che ricevi, scordati gli insulti. Se ci riesci veramente dimmi come si fa. Conserva tutte le vecchie lettere d’amore, butta i vecchi estratti conto.

Rilassati. Non sentirti in colpa se non sai cosa vuoi fare della tua vita. Le persone più interessanti che conosco, a ventidue anni non sapevano che fare della loro vita. I quarantenni più interessanti che conosco ancora non lo sanno.

Prendi molto calcio. Sii gentile con le tue ginocchia, quando saranno partite ti mancheranno.

Forse ti sposerai o forse no. Forse avrai dei figli o forse no. Forse divorzierai a quarant’anni. Forse ballerai con lei al settantacinquesimo anniversario di matrimonio. Comunque vada, non congratularti troppo con te stesso, ma non rimproverarti neanche. Le tue scelte sono scommesse. Come quelle di chiunque altro.

Goditi il tuo corpo. Usalo in tutti i modi che puoi. Senza paura e senza temere quel che pensa la gente. È il più grande strumento che potrai mai avere.

Balla. Anche se il solo posto che hai per farlo è il tuo soggiorno.

Leggi le istruzioni, anche se poi non le seguirai.

Non leggere le riviste di bellezza. Ti faranno solo sentire orrendo. Cerca di conoscere i tuoi genitori. Non puoi sapere quando se ne andranno per sempre.

Tratta bene i tuoi fratelli. Sono il migliore legame con il passato e quelli che più probabilmente avranno cura di te in futuro

Renditi conto che gli amici vanno e vengono. Ma alcuni, i più preziosi, rimarranno. Datti da fare per colmare le distanze geografiche e di stili di vita, perché più diventi vecchio più hai bisogno delle persone che conoscevi da giovane.

Vivi a New York per un po’, ma lasciala prima che ti indurisca. Vivi anche in California per un po’, ma lasciala prima che ti rammollisca.

Non fare pasticci coi capelli, se no quando avrai quarant’anni sembreranno quelli di un ottantacinquenne.

Sii cauto nell’accettare consigli, ma sii paziente con chi li dispensa. I consigli sono una forma di nostalgia. Dispensarli è un modo di ripescare  il passato dal dimenticatoio, ripulirlo, passare la vernice sulle parti più brutte e riciclarlo per più di quel che valga.

Ma accetta il consiglio… per questa volta.

(The Big Kahuna monologo finale)

Poster The Big Kahuna  n. 2

Ascolta la versione originale in inglese.

Nobel a Lampedusa, appello su Le Monde

Lampedusa è la prima linea reale e simbolica tra noi spettatori e le storie di tutti gli uomini, le donne e i bambini che si aggrappano alle sue scogliere di calcare per chiederci aiuto. Lampedusa e i suoi seimila abitanti rappresentano un luogo dell’umanità che in questo tragico decennio non ha mai perso la ragione e quel sentir comune che ci unisce come individui liberi di pensare. Che non fa differenze tra gli uomini e le donne. E dimentica cosa sono. Amici o nemici. Connazionali o stranieri. Cittadini o clandestini.

(Dall’articolo di Fabrizio Gatti “Nobel a Lampedusa, appello su Le Monde” pubblicato su L’Espresso)

Vai all’articolo originale su Le Monde.

Firma l’appello per il Nobel a Lampedusa.

Professione Fixer

Con il termine Fixer si designa la guida-interprete-autista-negoziatore ossia l’ausiliario indispensabile di qualsiasi giornalista inviato o reporter. È venuto a spiegarcelo il giornalista e fotografo olandese Steven Wassenaar durante un incontro della Société Française des Traducteurs in un caffè parigino.

Per Steven un fixer aiuta il giornalista a comprendere una realtà complessa formata da persone, immagini, testi, luoghi, culture, carte geografiche, insomma tutti gli ingredienti per fare un buon reportage. Il fixer lavora insieme al giornalista e si occupa di….tutto!

Pianifica e organizza il viaggio.

Fa pubbliche relazioni.

Fa da tramite tra il giornalista e i locali.

Conosce il percorso, il territorio, le strade (e le alternative nel caso in cui).

Traduce testi, interviste, costumi, abitudini, minacce, meteo, campi minati…in un linguaggio comprensibile al giornalista. Un riassunto in cui alcune informazioni si perdono inevitabilmente.

Spiega e tratta, a volte mentendo, con la popolazione locale.

Quello che Steven ha voluto sottolineare è il ruolo decisivo dei fixer per i giornalisti occidentali, inviati in territori difficili e spesso pericolosi. Il fixer non è solo una guida e non è solo un interprete, ma un fondamentale compagno di viaggio per svolgere al meglio il proprio lavoro riuscendo a ottenere informazioni e contatti altrimenti impossibili.

Le sue qualità: disponibile 24 ore su 24, ottimo negoziatore e organizzatore, bilingue o trilingue, paziente, empatico ma neutrale, simpatico, ha una mente aperta, conosce la stampa, si dedica completamente al reportage, ha un suo network tra i locali.

E in più è calmo, rapido, coraggioso, prudente e discreto.

Il rovescio della medaglia? È un mestiere pericoloso. Il fixer corre gli stessi rischi del giornalista ma non è altrettanto protetto dal paese che invia il giornalista per il reportage.

Steven ci racconta di alcuni casi in cui la rete di protezione ha funzionato per il giornalista e il fotografo ma non per il fixer, che alla fine resta un locale e viene abbandonato a se stesso.

Come nel 2012 quando il giornalista francese Gilles Jacquier viene ucciso in Siria e la sua fixer, gravemente ferita, non ha ricevuto le stesse cure e aiuti del resto dell’equipe. Inoltre, in un libro pubblicato di recente in Francia, la fixer è stata accusata di far parte del complotto che ha organizzato l’attentato.

Oppure la storia di Ajmal Naskbandi, fixer del giornalista italiano Daniele Mastrogiacomo, sequestrati entrambi nel 2007 in Afghanistan insieme al loro autista. In seguito, Mastrogiacomo verrà rilasciato mentre i due afghani saranno uccisi.

Il fixer è quindi un protettore, una sorta di angelo custode che viene lasciato senza protezione. Una contraddizione in termini.

In Italia si parla di servizio di fixing nel sito della Investigative Reporting Project Italy (IRPI) che si occupa di giornalismo di inchiesta.

Mentre c’è chi come Joe Sacco ha dedicato ai fixer un fumetto (in francese).

L’Univers magique di Chagall

Il suo silenzio è il mio, i suoi occhi, i miei. È come se mi conoscesse da sempre, come se sapesse tutto di me, della mia infanzia, del mio presente, del mio avvenire; come se vegliasse su di me, mi capisse perfettamente, sebbene la veda per la prima volta.

Sono entrato in una casa nuova e non ne sono più uscito.

Le parole di Chagall sulla moglie Bella introducono una delle sale della mostra Chagall entre guerre et paix al Museo del Luxembourg a Parigi (fino al 21 luglio 2013).

Le immagini del sogno di Chagall costruiscono un mondo che non è né una finzione, né un’imitazione del mondo reale, ma piuttosto l’espressione della soggettività dell’artista, il suo prolungamento nel quadro. Questo lavoro di condensazione* e di spostamento**, tipico del sogno, conferisce alle opere oniriche di Chagall un carattere “surrealista”, senza per questo lasciar parlare unicamente l’immaginazione o l’inconscio come nei surrealisti: Chagall è un sognatore cosciente.

Questo approccio da sognatore cosciente, che rende l’opera di Chagall così particolare e indipendente, lontana dalle regole e dai codici modernisti dell’epoca, ha permesso al pittore di restare figurativo e allo stesso tempo di essere testimone del suo tempo.

Oggi si parla di “sognatore cosciente” per indicare la persona che ha un “sogno lucido”, ossia un’esperienza durante la quale si prende coscienza del fatto di stare sognando. Il sognatore in questione può quindi, con la pratica, controllare gli eventi, e esplorare e modificare a piacere il proprio sogno.

Sarà per questo che i quadri di Chagall riorganizzano la realtà e creano un univers magique, per riprendere l’espressione utilizzata da André Breton.

* In psicanalisi, processo inconscio di fusione di più elementi ideativi mediante il quale un solo contenuto manifesto può contenere diversi pensieri latenti; è un fenomeno tipico dei sogni, nei quali il contenuto manifesto è laconico rispetto al contenuto latente che sottintende e di cui è in certo modo una traduzione abbreviata.

** In psicanalisi, deflessione della carica psichica dall’oggetto (o sua rappresentazione) che ne era originariamente investito a un altro, collegato al primo da una catena associativa: è un meccanismo psichico di difesa, che si riscontra spesso nel sogno.

Ho tradotto Dan Brown in un bunker

Dominique Defert è uno dei due traduttori ad aver tradotto il nuovo romanzo di Dan Brown in francese. Al ritorno dall’ “Inferno” ci racconta il suo viaggio.

Per tradurre “Inferno”, il nuovo romanzo di Dan Brown uscito il 14 maggio negli Stati Uniti, Dominique Defert e Carole Delporte hanno trascorso quasi due mesi rinchiusi in un bunker in Italia, insieme a dei colleghi di cinque altri paesi (Brasile, Catalogna, Germania, Italia e Spagna).

Il racconto sembra veramente un viaggio nell’inferno dantesco: grave, drammatico e oscuro.

A Milano, il nostro luogo di lavoro è un bunker, una sala sotterranea di 200 metri quadrati, dove ho lavorato tutti i giorni, domeniche comprese, dal 15 febbraio al 5 aprile, per tradurre il romanzo. Gli orari: dalle 9.00 alle 21.00.

Raramente il nostro traduttore francese si lascia andare a una battuta, un sorriso, un po’ di ironia.

L’ambiente è simpatico. Ci facciamo degli scherzi. Una volta, un tedesco mi sveglia nel bel mezzo del mio sonnellino pomeridiano. Un’altra volta, mentre è lui a dormire, gli poso sul piede un cappello di carta con la scritta: «La Francia ti sorveglia».

Ma le parti più divertenti, secondo me, sono quelle in cui il traduttore francese esprime tutta la sua frustrazione non solo di rinchiuso, ma di rinchiuso in terra straniera. Come quando si lamenta perché l’unico computer collegato a internet è aperto sulla pagina di Google Italia e quindi perde tempo per andare sulla pagina di Google France. Oppure quando si arrabbia perché non ci sono tastiere AZERTY (la tastiera francese), ma solo QWERTY nei computer in comune.

Sarebbe interessante leggere lo stesso racconto fatto dai traduttori degli altri cinque paesi. Penso che il risultato sarebbe un compendio antropologico, sociologico e culturale. Sei nazionalità, rinchiuse in un bunker, tutte impegnate nello stesso lavoro.

Un lavoro solitario ma non questa volta, per quasi 2 mesi hanno dovuto convivere 12 ore al giorno…chissà cosa ne avrebbe pensato Dante.

P.S.

Per chi conosce il francese, l’articolo completo: http://tinyurl.com/bmjvvol

E per chi è curioso di vedere i luoghi e i volti dei protagonisti, il video girato nel “bunker” da Mondadori: http://tinyurl.com/cjtn4sc

Avere novant’anni… Capita.

V.L.: – Per finire come ci si sente a 90 anni?

A.M.: – La mia è una sensazione di indifferenza, io sento il piacere e il dolore ma caratterialmente ho sempre una riserva di indifferenza di fronte a quello che capita. Forse è anche l’atteggiamento congenito del filosofo che cerca sempre di guardare le cose nella loro appartenenza a una realtà che è molto più grande della nostra vicenda particolare. Io credo che sia una sensazione di tutti i novantenni che hanno ancora un po’ di salute, sembra quasi normale. Tempo fa improvvisamente mi resi conto che mio figlio Carlo aveva 60 anni, provai una sensazione né di malinconia né di preoccupazione, ma di stranezza. È la stessa cosa nel dire che ho 90 anni…capita.

(tratto dall’intervista al filosofo Aldo Masullo di Violetta Luongo – Altritaliani.net)