Nobel a Lampedusa, appello su Le Monde

Lampedusa è la prima linea reale e simbolica tra noi spettatori e le storie di tutti gli uomini, le donne e i bambini che si aggrappano alle sue scogliere di calcare per chiederci aiuto. Lampedusa e i suoi seimila abitanti rappresentano un luogo dell’umanità che in questo tragico decennio non ha mai perso la ragione e quel sentir comune che ci unisce come individui liberi di pensare. Che non fa differenze tra gli uomini e le donne. E dimentica cosa sono. Amici o nemici. Connazionali o stranieri. Cittadini o clandestini.

(Dall’articolo di Fabrizio Gatti “Nobel a Lampedusa, appello su Le Monde” pubblicato su L’Espresso)

Vai all’articolo originale su Le Monde.

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Professione Fixer

Con il termine Fixer si designa la guida-interprete-autista-negoziatore ossia l’ausiliario indispensabile di qualsiasi giornalista inviato o reporter. È venuto a spiegarcelo il giornalista e fotografo olandese Steven Wassenaar durante un incontro della Société Française des Traducteurs in un caffè parigino.

Per Steven un fixer aiuta il giornalista a comprendere una realtà complessa formata da persone, immagini, testi, luoghi, culture, carte geografiche, insomma tutti gli ingredienti per fare un buon reportage. Il fixer lavora insieme al giornalista e si occupa di….tutto!

Pianifica e organizza il viaggio.

Fa pubbliche relazioni.

Fa da tramite tra il giornalista e i locali.

Conosce il percorso, il territorio, le strade (e le alternative nel caso in cui).

Traduce testi, interviste, costumi, abitudini, minacce, meteo, campi minati…in un linguaggio comprensibile al giornalista. Un riassunto in cui alcune informazioni si perdono inevitabilmente.

Spiega e tratta, a volte mentendo, con la popolazione locale.

Quello che Steven ha voluto sottolineare è il ruolo decisivo dei fixer per i giornalisti occidentali, inviati in territori difficili e spesso pericolosi. Il fixer non è solo una guida e non è solo un interprete, ma un fondamentale compagno di viaggio per svolgere al meglio il proprio lavoro riuscendo a ottenere informazioni e contatti altrimenti impossibili.

Le sue qualità: disponibile 24 ore su 24, ottimo negoziatore e organizzatore, bilingue o trilingue, paziente, empatico ma neutrale, simpatico, ha una mente aperta, conosce la stampa, si dedica completamente al reportage, ha un suo network tra i locali.

E in più è calmo, rapido, coraggioso, prudente e discreto.

Il rovescio della medaglia? È un mestiere pericoloso. Il fixer corre gli stessi rischi del giornalista ma non è altrettanto protetto dal paese che invia il giornalista per il reportage.

Steven ci racconta di alcuni casi in cui la rete di protezione ha funzionato per il giornalista e il fotografo ma non per il fixer, che alla fine resta un locale e viene abbandonato a se stesso.

Come nel 2012 quando il giornalista francese Gilles Jacquier viene ucciso in Siria e la sua fixer, gravemente ferita, non ha ricevuto le stesse cure e aiuti del resto dell’equipe. Inoltre, in un libro pubblicato di recente in Francia, la fixer è stata accusata di far parte del complotto che ha organizzato l’attentato.

Oppure la storia di Ajmal Naskbandi, fixer del giornalista italiano Daniele Mastrogiacomo, sequestrati entrambi nel 2007 in Afghanistan insieme al loro autista. In seguito, Mastrogiacomo verrà rilasciato mentre i due afghani saranno uccisi.

Il fixer è quindi un protettore, una sorta di angelo custode che viene lasciato senza protezione. Una contraddizione in termini.

In Italia si parla di servizio di fixing nel sito della Investigative Reporting Project Italy (IRPI) che si occupa di giornalismo di inchiesta.

Mentre c’è chi come Joe Sacco ha dedicato ai fixer un fumetto (in francese).