Avevo sentito tante storie

Avevo sentito tante storie in proposito, ma nessuna mi colpì come quella che sto per raccontarvi. Penserete che siano tutte balle. Ma vi assicuro che quello che vi dirò è accaduto sul serio, è vita reale, è la mia vita.

Facciamo un passo indietro. Tre mesi fa, esattamente l’undici dicembre, l’incidente. Non fu colpa mia, ma accadde ugualmente; nonostante la mia volontà, nonostante i miei sogni e le mie speranze, la mia vita fece una brusca frenata fino a fermarsi ad uno stop. In realtà a frenare fu il mio motorino, un honda sky blu trasparente. Dicono che fu un rumore straziante, di animale impazzito che vede prossima la fine. Anche perché fu tutto inutile: la panda rossa la colpii in pieno. E’ bello morire con gli occhi pieni di rosso, pensai, prima che i miei si chiudessero.

“Signora, sono più di cinque ore che è qui. La prego, vada a casa, si riposi. Poi potrà tornare domani mattina.”

“Forse ha ragione, dottore. Sono a pezzi. Ma vorrei tanto essere qui, quando si sveglia”

E’ Marina, mia moglie.

Marina, sono qui. Sono già sveglio – urlo. Ma la mia voce non viene fuori. Rimane nella testa, non raggiunge neanche la gola, secca e immobile, a labbra serrate.

“Non si deve preoccupare per questo. Se ci saranno dei cambiamenti durante la notte, la avviseremo immediatamente”

“Va bene, altri cinque minuti da sola con lui e vado”

I passi del dottore, sono di suole morbide. La porta invece è di legno, invecchiato dallo scricchiolio. Sarà una di quelle porte verniciate di bianco, sottili e leggere, con la maniglia piccola d’ottone, da ospedale di una volta.

Ricordo l’incidente, lo schianto e poi, più niente. Mi avranno trasportato qui in stato d’incoscienza, ma ora sono tornato in me, sono di nuovo io, sono vivo. Perché non riesco a muovermi? Perché i miei occhi sono bloccati? Dov’é il mio corpo? Non mi sento più. Posso ascoltare il mondo esterno, ma non riesco a trovarmi.

Marina piange, è un pianto fatto di singhiozzi e sussulti del cuore. E’ un pianto che fa male. La sua sedia striscia sul pavimento, la sua gonna fruscia contro il letto. Deve essere in piedi, infatti le parole cascano dall’alto, piene, sonore. “Non abbandonarmi, tesoro. Ti prego, non lasciarmi sola.” I suoi passi indecisi si allontanano e si arrestano all’improvviso. “Aspettiamo un bambino”. Questa volta la sua voce mi arriva di rimbalzo, sbatte prima sul muro e poi torna indietro verso di me, smorzata, distante. Marina non si è neppure voltata, l’ha detto alla porta, con la mano sulla piccola maniglia, l’ha detto a se stessa, per farsi coraggio.

Marina, non andartene. Sono qui, ti ho sentito – strillano i miei pensieri. Sto piangendo, non sento le mie lacrime venire giù, ma so che sto piangendo di felicità e terrore.

E se la morte fosse questa? Se fosse una terribile, cosciente immobilità. Tra qualche giorno mi staccheranno la spina, mi infileranno in una cassa scura, e giù sottoterra a riflettere per l’eternità.

E’ entrato qualcuno, zoccoletti da infermiera. Fischietta una canzone che non conosco, e qua e là ci mette dentro una parolina inglese: baby, com’n, my love. Fa un rumore di ciancichìo di gomma da masticare, infatti ogni tanto si sente lo scoppiettare del palloncino. Si avvicina. Tintinnio di vetri, anzi di fiale. Forse mi starà facendo un’iniezione e io non sento niente di niente. “Buonanotte, bello”, mi lancia uscendo.

Mi desto con un sibilo doloroso che mi raggiunge da destra, sbatacchia un’anta e il frastuono mi colpisce in pieno. Sento il freddo, non la sua mano ghiacciata sulla pelle ma le sue sonorità. Di nuovo, zoccoletti da infermiera. Armeggia accanto al mio braccio. Che mi starà facendo? Forse un’altra iniezione.

“Ecco fatto. Non hai sentito niente, vero?” La sua risatina irritante è uno schiaffo indolore. Non mi tocca nemmeno. Stamattina sono di buon umore. Sento che sto ritornando in me, che mi riapproprio del mio corpo. Anche se non posso muovermi, né parlare mi sento fiducioso.

Mi arriva prima alla testa. Marina. Sento mia moglie arrivare, camminare lungo il corridoio. Sto impazzendo o cosa. No, è proprio lei, entra aprendo del tutto la porta che non cigola per la pressione decisa. “Ciao tesoro, sono io”

Amore, lo so che sei tu. Lo sapevo ancora prima che entrassi nella stanza. Ti ho riconosciuta. Non so se con la testa o con le orecchie, ma ti ho vista. Ti prego aiutami a svegliarmi. – Marina si fa più vicina, sento nitida la cadenza del suo respiro, il dolce schiocco delle sue labbra mi sfiora la fronte. Un brivido. Corre giù dalla fronte agli occhi, le palpebre sussultano, le ciglia si scollano. Bianco, e poi un sorriso rosa e due occhi liquidi che mi bagnano le guance.

E pensare che si raccontano tante storie sulle persone in coma. Una volta ritornate vanno in televisione, ospiti di quei programmi pomeridiani, a raccontare la loro esperienza. C’è quello che sostiene di aver visto una gran luce e che un caldo benessere lo avvolgeva, chi ti racconta di essersi risvegliato in un lungo e oscuro tunnel e che non trovava la fine fino a che…; chi si commuove affermando di aver rivisto sua madre che lo prendeva per mano e lo accompagnava all’uscita, e poi ci sono quelli rapiti dagli extraterrestri, omini piccoli con la testa a uovo e grandi occhi neri, neri; e c’è chi va dritto al cuore e giura di aver parlato con la Vergine Maria in persona, che lo ha rassicurato, dicendogli che non era ancora la sua ora.

Invece il coma non è altro che un incubo. Ci sei, ma nessuno lo sa. Sei l’ospite assente alla tua festa. L’impotenza dell’uomo non è mai stata così assordante.

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