La correspondance

« Lorsque vous écrivez une lettre, Prince, ou un message, quoi que ce soit que vous adressez à quelqu’un, lorsque vous l’avez terminé, que vous en êtes satisfait, demandez-vous toujours si vous pourriez l’envoyer à quelqu’un d’autre. Si vous n’auriez qu’à changer le nom, l’adresse. Si oui, oubliez cette lettre. Çà n’en est pas une. Vous racontez votre vie, Prince, vous n’écrivez pas à quelqu’un. Recommences ou abandonnez.

Lorsque vous serez bien familier de cette pratique, que plus jamais vous n’enverrez de lettres qui n’en sont pas, et cela prendra du temps, une décision s’ouvrira à vous. Pesez-la avant de la prendre car elle est de conséquence. Mais vous la soupçonnez déjà, n’est-ce pas. Déjà, vous commencez à vous dire : Et si j’agissais de mème avec mes paroles ?

Imaginez, Prince. À chaque phrase que vous allez dire, que vous formulez, si vous vous demandiez : Pourrais-je la dire en ce même moment à quelqu’un d’autre ? Et si, au cas où effectivement vous le pourriez, vous ne la disiez pas. Et si vous vous taisiez…

Rares seraient sans doute vos paroles.

Mais il peut se passer autre chose, mon cher Prince. Il peut se passer qu’en changeant le nom, l’adresse, ou la personne, vous vous rendiez compte par hasard que c’était à quelqu’un d’autre que vous étiez sur le point d’écrire, ou de parler. E qu’une fois ce nouveau nom, cette nouvelle adresse, cette nouvelle personne découverte, vous ne puissiez plus en changer.

Alors là, surtout, envoyez.

Alors là, surtout, parlez.

Car vous n’aurez jamais été si courageux. »

 

Extrait du Libraire de Régis de Sá Moreira

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Fanatismo

Il fanatismo sta alla superstizione come il delirio alla febbre, come le furie alla collera. Chi ha delle estasi, delle visioni, chi scambia i sogni per la realtà, e le immaginazioni per profezie, è un entusiasta; chi sostiene la propria follia con l’omicidio è un fanatico. Juan Diaz, ritiratosi a Norimberga, fermamente convinto che il papa fosse l’Anticristo dell’Apocalisse e che avesse addosso il segno della Bestia, era soltanto un entusiasta; suo fratello Bartolomeo Diaz, che partì da Roma per andare ad assassinare santamente il proprio fratello, e lo uccise per amore di Dio, era uno dei più abominevoli fanatici che mai la superstizione abbia potuto produrre.

Poliuto, che va al tempio, in un giorno di solennità, per rovesciare e infrangere le statue e i paramenti, è un fanatico meno orribile di Diaz, ma non meno sciocco. Gli assassini del duca Francesco di Guisa, di Guglielmo principe d’Orange, del re Enrico III, del re Enrico IV, e tanti altri, erano energumeni malati della stessa rabbia di Diaz.

Il più disgustoso esempio di fanatismo è quello dei borghesi di Parigi che, la notte di san Bartolomeo, corsero ad assassinare, sgozzare, buttar giù dalle finestre, fare a pezzi i loro concittadini che non andavano a messa.

Esistono fanatici di sangue freddo: sono i giudici che condannano a morte coloro che non hanno commesso altro crimine che quello di non pensarla come loro; e questi giudici sono tanto più colpevoli, tanto più degni dell’esecrazione del genere umano, in quanto, non trovandosi in un accesso di furore come i Clément, i Châtel, i Ravaillac, i Gérard, i Damiens, potrebbero, ci sembra, ascoltare la ragione.

Una volta che il fanatismo ha incancrenito il cervello, la malattia è quasi incurabile. Ho visto certi epilettici che, parlando dei miracoli di san Paride, a poco a poco, loro malgrado, prendevano fuoco; gli occhi si infiammavano, le loro membra tremavano, il furore sfigurava loro il viso, e avrebbero ammazzato chiunque li avesse contraddetti.

A questa malattia epidemica non c’è altro rimedio che lo spirito filosofico, il quale, man mano diffondendosi, addolcirà finalmente i costumi degli uomini, prevenendo gli accessi del male: perché, non appena questo male fa dei progressi, bisogna correr via, e aspettare che l’aria si sia purificata. Le leggi e la religione non bastano contro questa peste degli animi; la religione, invece di essere per loro un alimento salutare, si tramuta in veleno nei cervelli infetti. Questi miserabili hanno continuamente fitto in capo l’esempio di Aod, che assassina re Eglon; di Giuditta, che taglia la testa di Oloferne, dopo aver giaciuto con lui; di Samuele, che fa a pezzi re Agag. Non vedono che questi esempi, rispettabili nell’antichità, sono abominevoli oggi; essi attingono il loro furore nella stessa religione che lo condanna.

Le leggi sono ancora impotenti contro questi accessi di furore; è come se leggeste un decreto del consiglio a un frenetico. Quella gente è persuasa che lo spirito santo che li pervade stia al di sopra delle leggi, e che il loro fanatismo sia la sola legge cui debbano ubbidire.

Che cosa rispondere a un uomo il quale vi dice che preferisce ubbidire a Dio che agli uomini e che, di conseguenza, e sicuro di meritare il cielo sgozzandovi?

Di solito sono le canaglie a guidare i fanatici e a mettere loro in mano il pugnale; somigliano a quel Vecchio della Montagna che faceva, si dice, gustare le gioie del paradiso a certi imbecilli, e prometteva loro un’eternità di quei piaceri di cui avevano avuto un assaggio, a condizione che andassero ad assassinare tutti coloro che egli avesse indicato.

C’è stata al mondo una sola religione che non sia stata insozzata da fanatismo: quella dei letterati cinesi. Le sette dei filosofi non solo erano esenti da questa peste, ma ne erano il rimedio: perché l’effetto della filosofia è di rendere tranquillo l’animo, e il fanatismo è incompatibile con la tranquillità.

Se la nostra santa religione è stata tanto spesso corrotta da questo furore infernale, bisogna prendersela con la pazzia degli uomini.

(Voce del Dizionario Filosofico di Voltaire)

Ho tradotto Dan Brown in un bunker

Dominique Defert è uno dei due traduttori ad aver tradotto il nuovo romanzo di Dan Brown in francese. Al ritorno dall’ “Inferno” ci racconta il suo viaggio.

Per tradurre “Inferno”, il nuovo romanzo di Dan Brown uscito il 14 maggio negli Stati Uniti, Dominique Defert e Carole Delporte hanno trascorso quasi due mesi rinchiusi in un bunker in Italia, insieme a dei colleghi di cinque altri paesi (Brasile, Catalogna, Germania, Italia e Spagna).

Il racconto sembra veramente un viaggio nell’inferno dantesco: grave, drammatico e oscuro.

A Milano, il nostro luogo di lavoro è un bunker, una sala sotterranea di 200 metri quadrati, dove ho lavorato tutti i giorni, domeniche comprese, dal 15 febbraio al 5 aprile, per tradurre il romanzo. Gli orari: dalle 9.00 alle 21.00.

Raramente il nostro traduttore francese si lascia andare a una battuta, un sorriso, un po’ di ironia.

L’ambiente è simpatico. Ci facciamo degli scherzi. Una volta, un tedesco mi sveglia nel bel mezzo del mio sonnellino pomeridiano. Un’altra volta, mentre è lui a dormire, gli poso sul piede un cappello di carta con la scritta: «La Francia ti sorveglia».

Ma le parti più divertenti, secondo me, sono quelle in cui il traduttore francese esprime tutta la sua frustrazione non solo di rinchiuso, ma di rinchiuso in terra straniera. Come quando si lamenta perché l’unico computer collegato a internet è aperto sulla pagina di Google Italia e quindi perde tempo per andare sulla pagina di Google France. Oppure quando si arrabbia perché non ci sono tastiere AZERTY (la tastiera francese), ma solo QWERTY nei computer in comune.

Sarebbe interessante leggere lo stesso racconto fatto dai traduttori degli altri cinque paesi. Penso che il risultato sarebbe un compendio antropologico, sociologico e culturale. Sei nazionalità, rinchiuse in un bunker, tutte impegnate nello stesso lavoro.

Un lavoro solitario ma non questa volta, per quasi 2 mesi hanno dovuto convivere 12 ore al giorno…chissà cosa ne avrebbe pensato Dante.

P.S.

Per chi conosce il francese, l’articolo completo: http://tinyurl.com/bmjvvol

E per chi è curioso di vedere i luoghi e i volti dei protagonisti, il video girato nel “bunker” da Mondadori: http://tinyurl.com/cjtn4sc