Professione Fixer

Con il termine Fixer si designa la guida-interprete-autista-negoziatore ossia l’ausiliario indispensabile di qualsiasi giornalista inviato o reporter. È venuto a spiegarcelo il giornalista e fotografo olandese Steven Wassenaar durante un incontro della Société Française des Traducteurs in un caffè parigino.

Per Steven un fixer aiuta il giornalista a comprendere una realtà complessa formata da persone, immagini, testi, luoghi, culture, carte geografiche, insomma tutti gli ingredienti per fare un buon reportage. Il fixer lavora insieme al giornalista e si occupa di….tutto!

Pianifica e organizza il viaggio.

Fa pubbliche relazioni.

Fa da tramite tra il giornalista e i locali.

Conosce il percorso, il territorio, le strade (e le alternative nel caso in cui).

Traduce testi, interviste, costumi, abitudini, minacce, meteo, campi minati…in un linguaggio comprensibile al giornalista. Un riassunto in cui alcune informazioni si perdono inevitabilmente.

Spiega e tratta, a volte mentendo, con la popolazione locale.

Quello che Steven ha voluto sottolineare è il ruolo decisivo dei fixer per i giornalisti occidentali, inviati in territori difficili e spesso pericolosi. Il fixer non è solo una guida e non è solo un interprete, ma un fondamentale compagno di viaggio per svolgere al meglio il proprio lavoro riuscendo a ottenere informazioni e contatti altrimenti impossibili.

Le sue qualità: disponibile 24 ore su 24, ottimo negoziatore e organizzatore, bilingue o trilingue, paziente, empatico ma neutrale, simpatico, ha una mente aperta, conosce la stampa, si dedica completamente al reportage, ha un suo network tra i locali.

E in più è calmo, rapido, coraggioso, prudente e discreto.

Il rovescio della medaglia? È un mestiere pericoloso. Il fixer corre gli stessi rischi del giornalista ma non è altrettanto protetto dal paese che invia il giornalista per il reportage.

Steven ci racconta di alcuni casi in cui la rete di protezione ha funzionato per il giornalista e il fotografo ma non per il fixer, che alla fine resta un locale e viene abbandonato a se stesso.

Come nel 2012 quando il giornalista francese Gilles Jacquier viene ucciso in Siria e la sua fixer, gravemente ferita, non ha ricevuto le stesse cure e aiuti del resto dell’equipe. Inoltre, in un libro pubblicato di recente in Francia, la fixer è stata accusata di far parte del complotto che ha organizzato l’attentato.

Oppure la storia di Ajmal Naskbandi, fixer del giornalista italiano Daniele Mastrogiacomo, sequestrati entrambi nel 2007 in Afghanistan insieme al loro autista. In seguito, Mastrogiacomo verrà rilasciato mentre i due afghani saranno uccisi.

Il fixer è quindi un protettore, una sorta di angelo custode che viene lasciato senza protezione. Una contraddizione in termini.

In Italia si parla di servizio di fixing nel sito della Investigative Reporting Project Italy (IRPI) che si occupa di giornalismo di inchiesta.

Mentre c’è chi come Joe Sacco ha dedicato ai fixer un fumetto (in francese).

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L’Univers magique di Chagall

Il suo silenzio è il mio, i suoi occhi, i miei. È come se mi conoscesse da sempre, come se sapesse tutto di me, della mia infanzia, del mio presente, del mio avvenire; come se vegliasse su di me, mi capisse perfettamente, sebbene la veda per la prima volta.

Sono entrato in una casa nuova e non ne sono più uscito.

Le parole di Chagall sulla moglie Bella introducono una delle sale della mostra Chagall entre guerre et paix al Museo del Luxembourg a Parigi (fino al 21 luglio 2013).

Le immagini del sogno di Chagall costruiscono un mondo che non è né una finzione, né un’imitazione del mondo reale, ma piuttosto l’espressione della soggettività dell’artista, il suo prolungamento nel quadro. Questo lavoro di condensazione* e di spostamento**, tipico del sogno, conferisce alle opere oniriche di Chagall un carattere “surrealista”, senza per questo lasciar parlare unicamente l’immaginazione o l’inconscio come nei surrealisti: Chagall è un sognatore cosciente.

Questo approccio da sognatore cosciente, che rende l’opera di Chagall così particolare e indipendente, lontana dalle regole e dai codici modernisti dell’epoca, ha permesso al pittore di restare figurativo e allo stesso tempo di essere testimone del suo tempo.

Oggi si parla di “sognatore cosciente” per indicare la persona che ha un “sogno lucido”, ossia un’esperienza durante la quale si prende coscienza del fatto di stare sognando. Il sognatore in questione può quindi, con la pratica, controllare gli eventi, e esplorare e modificare a piacere il proprio sogno.

Sarà per questo che i quadri di Chagall riorganizzano la realtà e creano un univers magique, per riprendere l’espressione utilizzata da André Breton.

* In psicanalisi, processo inconscio di fusione di più elementi ideativi mediante il quale un solo contenuto manifesto può contenere diversi pensieri latenti; è un fenomeno tipico dei sogni, nei quali il contenuto manifesto è laconico rispetto al contenuto latente che sottintende e di cui è in certo modo una traduzione abbreviata.

** In psicanalisi, deflessione della carica psichica dall’oggetto (o sua rappresentazione) che ne era originariamente investito a un altro, collegato al primo da una catena associativa: è un meccanismo psichico di difesa, che si riscontra spesso nel sogno.

Ho tradotto Dan Brown in un bunker

Dominique Defert è uno dei due traduttori ad aver tradotto il nuovo romanzo di Dan Brown in francese. Al ritorno dall’ “Inferno” ci racconta il suo viaggio.

Per tradurre “Inferno”, il nuovo romanzo di Dan Brown uscito il 14 maggio negli Stati Uniti, Dominique Defert e Carole Delporte hanno trascorso quasi due mesi rinchiusi in un bunker in Italia, insieme a dei colleghi di cinque altri paesi (Brasile, Catalogna, Germania, Italia e Spagna).

Il racconto sembra veramente un viaggio nell’inferno dantesco: grave, drammatico e oscuro.

A Milano, il nostro luogo di lavoro è un bunker, una sala sotterranea di 200 metri quadrati, dove ho lavorato tutti i giorni, domeniche comprese, dal 15 febbraio al 5 aprile, per tradurre il romanzo. Gli orari: dalle 9.00 alle 21.00.

Raramente il nostro traduttore francese si lascia andare a una battuta, un sorriso, un po’ di ironia.

L’ambiente è simpatico. Ci facciamo degli scherzi. Una volta, un tedesco mi sveglia nel bel mezzo del mio sonnellino pomeridiano. Un’altra volta, mentre è lui a dormire, gli poso sul piede un cappello di carta con la scritta: «La Francia ti sorveglia».

Ma le parti più divertenti, secondo me, sono quelle in cui il traduttore francese esprime tutta la sua frustrazione non solo di rinchiuso, ma di rinchiuso in terra straniera. Come quando si lamenta perché l’unico computer collegato a internet è aperto sulla pagina di Google Italia e quindi perde tempo per andare sulla pagina di Google France. Oppure quando si arrabbia perché non ci sono tastiere AZERTY (la tastiera francese), ma solo QWERTY nei computer in comune.

Sarebbe interessante leggere lo stesso racconto fatto dai traduttori degli altri cinque paesi. Penso che il risultato sarebbe un compendio antropologico, sociologico e culturale. Sei nazionalità, rinchiuse in un bunker, tutte impegnate nello stesso lavoro.

Un lavoro solitario ma non questa volta, per quasi 2 mesi hanno dovuto convivere 12 ore al giorno…chissà cosa ne avrebbe pensato Dante.

P.S.

Per chi conosce il francese, l’articolo completo: http://tinyurl.com/bmjvvol

E per chi è curioso di vedere i luoghi e i volti dei protagonisti, il video girato nel “bunker” da Mondadori: http://tinyurl.com/cjtn4sc

Avere novant’anni… Capita.

V.L.: – Per finire come ci si sente a 90 anni?

A.M.: – La mia è una sensazione di indifferenza, io sento il piacere e il dolore ma caratterialmente ho sempre una riserva di indifferenza di fronte a quello che capita. Forse è anche l’atteggiamento congenito del filosofo che cerca sempre di guardare le cose nella loro appartenenza a una realtà che è molto più grande della nostra vicenda particolare. Io credo che sia una sensazione di tutti i novantenni che hanno ancora un po’ di salute, sembra quasi normale. Tempo fa improvvisamente mi resi conto che mio figlio Carlo aveva 60 anni, provai una sensazione né di malinconia né di preoccupazione, ma di stranezza. È la stessa cosa nel dire che ho 90 anni…capita.

(tratto dall’intervista al filosofo Aldo Masullo di Violetta Luongo – Altritaliani.net)

Ti senti più pragmatique o littéraire?

Giovedì 21 marzo, prima dell’apertura del Salon du livre di Parigi, si è tenuta la terza edizione dei Rencontres de la traduction, appuntamento annuale dedicato al mondo dei traduttori.

In questa occasione ho scoperto di essere un traduttore “pragmatico”.

A uno degli incontri, Traduire au-delà des frontières, è intervenuta Débora Farji-Haguet, traduttrice ed ex-presidente della SFT, la Società Francese dei Traduttori.

Debora si è presentata come traduttrice “d’édition et pragmatique”, rivendicando che si può essere entrambi e soprattutto che si può arrivare alla traduzione editoriale e letteraria passando dalla traduzione pragmatica (rumori dalla sala).

Lei, ad esempio, si è specializzata traducendo per grandi marche del settore del lusso fino a quando un giorno una casa editrice le ha proposto di tradurre un libro sull’orologeria. Oggi al suo attivo ha diverse pubblicazioni nei settori del lusso e dell’arte.

Il nuovo termine pragmatique è nato perché molti traduttori francesi non si riconoscevano nel termine precedentemente utilizzato: technique.

Si parla quindi di traduzione pragmatique per distinguerla dalla traduzione letteraria. Questo aggettivo evita di limitare la traduzione al settore tecnico perché ingloba anche il settore giuridico, economico, finanziario e della comunicazione.

Ma a parte l’esattezza (e la bruttezza) del nuovo termine, abbiamo veramente bisogno di fare questa distinzione?

Debora suggerisce di definirsi semplicemente dei traduttori, come fanno gli avvocati, i medici e in genere tutti i liberi professionisti, senza ulteriori specificazioni.

Alla domanda “che lavoro fai?”, si può candidamente rispondere “il traduttore”.

La persona biculturale

Qualche giorno fa mi hanno twittato questo articolo di François Grosjean, Accepter la personne biculturelle e leggendolo mi sono detta: eccomi finalmente!

François Grosjean è uno psico-linguista, lui stesso bilingue e biculturale. Ma cosa vuol dire essere una persona biculturale? Secondo lui, si definisce biculturale una persona che:

a) Partecipa, almeno in parte ma in modo regolare, alla vita di due culture.
b) Sa adattare, parzialmente o in maniera più estesa, il comportamento, le abitudini, il linguaggio (se è il caso) a un dato ambiente culturale.
c) Riunisce e riassume dei tratti di ognuna delle due culture.  Alcuni tratti (atteggiamenti, credenze, valori, comportamenti, ecc) provengono da una o dall’altra cultura (questa è la parte di combinazione) mentre altri non appartengono più a nessuna delle due culture ma ne sono una sintesi.

Vi riconoscete? Vale la pena leggere tutto l’articolo di Grosjean, ne riporto qui di seguito la conclusione:

La persona biculturale non è né la somma delle due culture in questione, né il ricettacolo delle due culture distinte, ma un’entità che riunisce e riassume gli aspetti e i tratti di queste due culture, facendolo in modo originale e personale. Ha dunque una sua propria competenza culturale, la sua esperienza e la sua ecologia. Soltanto quando questa realtà sarà compresa e accettata, si potrà finalmente riconoscere appieno la persona biculturale e lasciarle assumere la sua propria specificità.